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Recensione “Il buio dentro” di Antonio Lanzetta

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Salve a tutti,

scusate il ritardo pazzesco nel portarvi questa recensione, che in teoria doveva essere di Natale, ma ho passato le vacanze a letto con la febbre. Fate finta che sia un regalo per l’anno nuovo (a proposito, buon anno!).

Spero che Lanzetta, se mai leggerà questa recensione, sappia prendere l’ironia presente per quello che deve è: una serie di battute per spezzare la monotonia di una recensione che altrimenti sarebbe soporifera. Non di certo un modo per cercare di umiliare lui o il suo romanzo.

Sarà una recensione con un nuovo format, non più divisa in punti positivi e negativi, ma a capitoli, dove la positività e la negatività si mischiano. Ah, farò spoiler di quasi tutta la trama, se avete intenzione di leggere questo libro è meglio se non continuate la lettura.

  • Sinossi:

Il corpo di una ragazza viene ritrovato appeso ai rami di un albero. Il filo spinato scava nei polsi e nella corteccia di un vecchio salice bianco. Le hanno tagliato la testa e l’hanno lasciata sul terreno solcato dalle radici, gli occhi vuoti ora fissano quelli di Damiano Valente. Lui è lo Sciacallo, un famoso scrittore specializzato nel ricostruire i casi di cronaca nera nelle pagine dei suoi libri. Nessuno conosce il suo aspetto, e per Damiano questa è una fortuna: il volto deturpato da cicatrici e quella gamba spezzata che si trascina dietro come un fardello non sono trofei che gli piace mettere in mostra. Lo Sciacallo è un cacciatore che insegue nella morte le tracce lasciate dall’assassino della sua amica Claudia. Un omicidio avvenuto nell’estate del 1985, quando lui era solo un ragazzino con la passione per la corsa e amici in cui credere. Un omicidio che gli ha cambiato la vita. Trentuno anni dopo, Damiano ritorna ai piedi di quel maledetto salice bianco, per dare una risposta a quella sua ossessione che come una ferita pulsante gli impedisce di andare avanti. Con lui ci sono gli amici di un tempo, le cui esistenze si intrecciano inesorabilmente nella dura e cruda scoperta della verità, portandoli a rivivere le emozioni di una folle estate che ha segnato le loro vite per sempre.

  • Lo stile:

Ricordo che quando lessi “Revolution: il canto delle stelle” il libro precedente di Lanzetta, trovai lo stile piuttosto pesante, uno “Show don’t tell” mischiato ad un raccontato ridondante e intrusivo. In questo libro, siamo su tutto un altro livello. Ci troviamo di fronte allo stile di uno scrittore professionista, di qualcuno che, si sente, ha studiato sui manuali e attraverso la pratica si è raffinato.

Sono sempre presenti alcuni scivoloni tipici di Lanzetta, come il riutilizzare le stesse efficaci espressioni molte volte: se mi fossero stati dati venti centesimi per ogni volta che il personaggio si sente scrutare da occhi vuoti, avrei potuto comprare di nuovo l’ebook. Anche espressioni come “ una ciocca che taglia in due la fronte”, già trovata in “Revolution”, torna, in tutta la sua potenza.

Anche il raccontato ogni tanto, mette lo zampino, spiegando caratteristiche dei personaggi che dovrebbero essere capite dalla storia o che per lo meno, si dovrebbero sentire. Un esempio: Damiano afferma di essere ossessionato dai dettagli e di considerare questa sua abilità una maledizione. Mai però, durante la narrazione, i particolari sembreranno perseguitarlo e l’unica occasione dove vi si concentra, è quando guardando una foto, scopre qualcosa che naturalmente nessun’altro aveva notato.

Si tratta comunque di errori del tutto marginali, di fastidiose sfumature che spesso possono essere considerate “negative” solo in base al gusto personale e non ha parametri oggettivi. Lo stile è quindi in generale fresco e trascinante, poco impegnativo addirittura. Ho finito il libro in un giorno, senza alcuna fatica.

  • La narrazione: chi è il protagonista?

Come già detto da altri, il passaggio tra passato e presente viene gestito bene da Lanzetta, ma i problemi che riguardano la narrazione sono più profondi e si rifanno ad un’unica e importante domanda: Chi è il protagonista?

In un’intervista l’autore ha affermato che il protagonista sia Damiano, ma vi assicuro che se avessero fatto a me la stessa domanda, vi avrei risposto Flavio. Chi è Flavio? Flavio non è altri che un amico d’infanzia di Damiano, uno della loro combriccola formata anche da Stefano e Claudia, lei, la prima vittima del killer.

 L'”intervista” se a qualcuno può interessare.

Mentre il presente viene raccontato dal punto di vista di Damiano, il passato, è gestito da Flavio. Una scelta che avrà portato anche i suoi vantaggi, ma che ci spinge lontano dal capire Damiano, secondo l’autore, il vero protagonista di questo libro. Non si viene a contatto con il suo rapporto di amicizia profonda con Claudia, non si capisce cosa abbia provato dopo l’incidente o a sapere che la sua amica fosse scomparsa. Si può intuire il perché nel presente voglia scoprire il colpevole, ma non lo si sente davvero. Damiano sembra per lo più apatico di fronte alla faccenda, se non in rari momenti.

Flavio inoltre, porta il lettore lontano dalla storia principale, approfondendo sue vicissitudini personali che per quanto interessanti,  non hanno niente a che fare con il killer (non che quelle di Damiano le abbiano molto spesso). Il libro ha quindi due strade parallele che per quanto si incrocino alla fine, lo fanno in un modo forzato e poco credibile.

Per capirci, è come se leggendo un libro di Harry Potter, avessimo il suo punto di vista al presente e il passato fosse narrato da Hermione, che oltre raccontarci del suo rapporto con Ron e Harry, ci parlasse dei suoi genitori e del sue difficoltà nell’affrontare un faticoso test per diventare la migliore strega del mondo. Tutto molto interessante, ma se l’obiettivo della storia è raccontare come il trio abbia sconfitto Voldemort, specialmente gli ultimi eventi, ci portano fuori strada.

Spezzando una lancia nei confronti dell’autore, si parla comunque molto di Damiano nel passato, anche se, le informazioni che arrivano al lettore sono filtrate da Flavio. Inoltre, trattare la storia di Damiano nel suo passato, sarebbe stato difficile: come vi ho detto, niente di quello che fa è legato al serial killer e per lo meno, la storia che Flavio ha da raccontare è più interessante. Mi dissocio però dalle affermazioni di chi dice che alla fine del libro “ tutto torna” e che “passato e presente si completano”. Vi spiegherò dopo il perché.

Interessante poi constatare che il titolo “ Il buio dentro” riguardi proprio Flavio e le vicende del tutto marginali in cui è coinvolto. E’ stano che il titolo si riferisca ad un personaggio secondario che l’autore dice non essere il protagonista, quando per tutto il romanzo ho avvertito che fosse proprio Flavio, il cocco di Lanzetta.

  • Sherlock Holmes, scansati proprio:

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Per capire quello che vi racconterò d’ora in avanti, dovete aver ben chiara quale sia la situazione. Trent’anni prima, sulla montagna di un piccolo paesino, è stata ritrovata una ragazza morta decapitata su un albero. Il suo nome era Claudia ed era amica di tre ragazzi, Flavio, Damiano e Stefano. Damiano, che racconta il presente, è stato orribilmente sfigurato da “un incidente” e mentre da ragazzo lo si vede arzillo e scattante, (per di più si stava preparando ad una maratona) adesso, usa un bastone. Diventato “lo sciacallo”, un investigatore e scoperto il cadavere di un’altra ragazza, si metterà sulle tracce del killer che trent’anni prima, ha ucciso la sua amica.

E’ importante anche dire che Flavio è un nuovo arrivato, trasferitosi in quel paesino a casa del nonno, dopo che sua mamma è morta.

Fin qui tutto bene, anzi, la storia sembra essere piuttosto interessante.

 

La critica che devo fare in questo paragrafo è che il processo di investigazione portato avanti da Damiano e dai poliziotti, si sentirà essere stato architettato da un principiante (l’autore), che per quanto abbia cercato di renderlo reale, ha incrociato alcune mie conoscenze, che mi hanno fatto capire quanto fosse poco realistico.

Per incominciare: i detective sono subito convinti che la ragazza trovata sull’albero sia una vittima del killer di trent’anni prima, ma le differenze nei due casi sono abissali, soprattutto in quello che si chiama modus operandi. Mentre Claudia è stata uccisa da un colpo di coltello al cuore, un omicidio a tinte passionali, la ragazza trovata (non mi ricordo il suo nome), è stata torturata per mesi prima di essere uccisa. Anche psicologicamente, per il killer, è un bel salto di qualità.

Nessun investigatore si chiederà mai il perché di questo cambiamento e all’ipotesi (più che plausibile), di un imitatore, si risponderà che entrambe sono state decapitate e che essendo un dettaglio non divulgato dai giornali, solo il killer ne poteva essere a conoscenza. Tralasciando che vedrei difficile impedire alle testate giornalistiche di non parlare di un dettaglio così ghiotto, potrei rispondere che in realtà, se ci si pensa attentamente, le uniche due somiglianze tra i due casi sono la decapitazione e l’aver lasciato la vittima vicino ad un particolare albero, mentre tutto il resto, è differente. Anche questo sarebbe da tenere in considerazione.

Oltretutto sarà solo Damiano a chiedersi perché il killer sia tornato dopo trent’anni, eventualità che porterebbe a più di una domanda. Quanti anni aveva il killer al tempo? Anche fosse stato molto giovane dovrebbe avere per lo meno cinquant’anni o nel caso più plausibile, molti di più. Dov’è stato tutti questi anni (l’unica domanda che si porrà Damiano)? Perché non cercare persone di oltre cinquant’anni e che per qualche motivo hanno lasciato il paesino? Vi assicuro che messa giù in questo modo la polizia avrebbe trovato in cinque minuti l’assassino.

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Credetemi, da lettori si capisce subito chi sia il colpevole. Non c’è ne sono molti di ragazzi di quell’età legati a Claudia. (Non vi traduco la vignetta per mettere alla prova il vostro inglese)

Quando gli investigatori non saranno occupati a farsi sfuggire qualcosa di ovvio, si daranno a brillanti deduzioni, senza però, avere niente in mano. Un esempio è quando Damiano, osservando la scena del delitto, deduce che il killer abbia avuto una brutta infanzia. In base a cosa puoi fare un’affermazione del genere?

In seguito invece, si faranno sfuggire delle conclusioni semplicissime, che paradossalmente, si sarebbero rivelate errate. Esempio: Damiano e il comandante vanno ad intervistare una testimone, ma quando arrivano al suo appartamento, la trovano morta in un lago di sangue. Nessuno dei due dedurrà che all’interno della loro gruppo investigativo ci sia una talpa (come avevo fatto io) e che il killer sia stato avvisato. Come è possibile che proprio il giorno in cui hanno preso l’appuntamento per parlarle con lei, sia stata assassinata e che si tratti di una coincidenza? Beh, è proprio così. E’ solo una coincidenza.

Come farà quindi il nostro pull investigativo a portarci dal pericoloso killer? Quali tattiche all’avanguardia tireranno fuori dal cappello per metterlo alle corde?

Detto fatto.

Sarà lo stesso assassino a fine libro, ad infliggersi uno scacco matto. Il volpone andrà a casa di Damiano a volto scoperto per tentare di ucciderlo e gli permetterà di vederlo in faccia. Fine.

Il libro cercherà poi di spiegare questa mossa adducendo alla paura del killer di essere preso, ma anche se fosse, avrebbe potuto fare in mille modi e molto più furbi:

  • Perché non mandare il suo complice che nessuno conosce? (Il killer ha come complice un ragazzo di colore che ha portato con sé dall’Africa)
  • Perché non mettersi una maschera?
  • Perché non scappare e tornare in Africa, se si sentiva braccato?

Oltre a questo, non crederò mai che la squadra investigativa fosse prossima a catturarlo. Prima di tutto come avrebbe potuto saperlo il killer, secondo, a parte qualche storiella su un culto di una dea (inutile ai fini della cattura), e il sospetto che avesse mietuto in quei trent’anni le sue vittime in Africa … beh, dove sono le prove? Non avete nemmeno un nome? E allora ciao, siete in mezzo al mare. Altro che prossimi ad arrivare a lui.

  • Tutto torna?

A metà di questo libro ero convinta che avrei fatto una recensione positiva. Una recensione natalizia degna di questo nome, con tanti festoni e belle parole. Mi sarebbe piaciuto poter scrivere che Lanzetta mi aveva convinta e che il mio parere su “Revolution”, apparteneva al passato. Poi … è arrivata la fine del libro. Lasciate che vi spieghi cosa intendo.

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Dai, un paio di festoni li metto.

Siamo arrivati alla maratona, avete presente quella a cui doveva partecipare Damiano? Ecco. Flavio e Stefano sono al traguardo ad aspettare l’amico, ma Flavio, dopo che Stefano ha fatto degli apprezzamenti su Claudia, si infuria con lui, così, l’amico se ne va insultandolo. Flavio, rimasto solo, nota la presenza di camorristi che stanno facendo delle scommesse sulla gara e accoglie da vincitore, Damiano.

Gli amici tornano trionfanti a casa e Flavio propone di andare a trovare Claudia. Si accordano quindi per trovarsi più tardi, per dare il tempo al maratoneta di sistemarsi. Damiano trova però ad aspettarlo davanti a casa i camorristi che, dopo avergli chiesto di restituirgli i soldi che hanno perso, non avendo puntato su di lui. Il ragazzo scappa e investito dai camorristi, diventa simile ad un grumo di sangue. Verrà poi portato in ospedale da Flavio e il nonno. Ed è qui che arriva il bello …

Flavio sarà subito convinto che dietro l’incidente di Damiano ci siano i camorristi, in particolare il figlio di questi signori. Ok, è vero, ma come fa ad esserne certo? Preso un coltello, andrà quindi da questo ragazzo e senza pensarci due volte, lo ucciderà a coltellate. Tornato dal nonno, gli dirà quello che ha fatto. Indovinate quale sarà la risposta di quest’ultimo?

So che non conoscete il nonno, ma credetemi, è stato per tutto il romanzo il mio modello educativo preferito. L’assistente sociale deve aver passato notti insonni dopo avergli consegnato il ragazzo e probabilmente è andato in terapia per un po’, cercando di capire come mai sognasse un vecchio burbero che confessava al nipote di aver ucciso il padre e che lo portava a minacciare i camorristi. Meno male che nessuno gli avrebbe mai potuto dire che stava vendendo Flavio e suo nonno. Il ragazzino prenderà comunque con indifferenza la notizia dell’omicidio del padre, il motivo? A quanto pare la sua nascita è legata ad una violenza.

Giusto così, fai il cattivo? E allora noi ti spacchiamo la faccia. La giustizia? La polizia? Cosa sono? Non mi scandalizzo mica a scoprire che mio nonno, che non conosco e a cui sono stato appena affidato, è un assassino.

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Messo a confronto il nonno di Heidi era un orsetto coccolone.

La risposta del vecchio al sapere che il nipote ha appena massacrato qualcuno, sarà quindi: “ Dobbiamo dissotterrare il fucile”.

Seguirà una sparatoria in casa e al di fuori della casa, dove il nonno farà fuori tutti i camorristi a parte uno, che finirà Flavio, con una pistola, nascosto nel bosco vicino a casa. Una volta arrivato al piano di sopra, il nipote troverà il nonno moribondo che gli ordinerà di mettergli in mano la pistola, per far credere ai poliziotti che in quella sparatoria, c’entri solo lui.

Nel presente troveremo poi un Flavio vendicatore, che armato di tirapugni, va in giro a pestare pedofili per la città.

Lasciatemi fare qualche considerazione:

  • Come avrete notato e come vi ho specificato prima. Questa parte della storia non ha che fare con il killer e nemmeno con Claudia, sembra quasi un filler, mentre ritengo sarebbe stato molto semplice inserire il “vero” cattivo della storia. Sarebbe stato bello per esempio, se fosse stato il serial killer ad investire Damiano e a far credere a Flavio che fossero stati i camorristi.
  • Questa sparatoria avverrà nello stesso giorno in cui Claudia sparirà. Come è possibile che nessuno abbia associato questi due eventi? Lo so che non sono collegati, ma nella realtà chiunque li collegherebbe. Perché non si potrebbe presupporre che la camorra sia legato all’omicidio della ragazza? Perfino uno dei personaggi dirà che in paese non succede mai niente (a parte un vecchio che uccide a fucilate dei boss della camorra) e che la comparsa del killer ha schioccato tutti.
  • Perché nessuno farà mai riferimento alla morte del nonno di Flavio e a questa sparatoria? Parleranno tutti dell’accusa fatta ai danni del padre di Damiano (storia lunga), dell’incidente di Damiano, ma mai, MAI, di questi omicidi, del figlio di un boss della camorra trovato morto con chissà quante coltellate.
  • Perché Flavio da adulto dovrebbe vivere ancora lì? Quando si è trasferito dal nonno lui viveva a Torino e all’epoca della sua morte aveva quindici anni, è stato affidato a una famiglia del posto? Se fossi stato in quello dei servizi sociali l’avrei mandato più lontano possibile.
  • Come è possibile che nessuno della polizia si sia accorto che era impossibile che il vecchio avesse lottato da solo contro i boss della camorra arrivati a casa sua? Il fucile è a due mani e il nonno è morto al piano superiore della casa … all’esterno invece, ci sono persone uccise dai colpi di pistola. Mah, ho provato a pensarci ma nessuna ricostruzione avrebbe senso.
  • Flavio dopo trent’anni non si è evoluto da questa sua fase di violenza adolescenziale? Mi sembra assurdo che abbia continuato a pestare la gente per anni, senza mai pagarne le conseguenze.

Capisco chi passi sopra il realismo per creare delle storie più avvincenti, ma quindi stiamo nell’irrealismo puro, quando la storia, fino a questo momento, si è mantenuta sempre molto reale.

Vi risparmio il finale, sapendo però di avervi già rovinato un colpo di scena, ma più banale di così, la fine del serial killer non potrebbe essere. Damiano usando le sue prodezze da investigatore andrà da una persona a farsi dire dove si nasconda (si, sarcasmo) e via di combattimenti, fino all’inevitabile.

  • Qual è la cosa importante?

Come ho già detto in “ Revolution” la parte del romanzo secondo me fondamentale per il romanzo è sempre l’azione, mentre la psicologia è in secondo piano. Provo a farvi capire cosa intendo con degli esempi.

Flavio, reduce dalla morte della madre, non avrà problemi ad ammazzare delle persone in completa tranquillità. Posso capire che questo sia dovuto anche al suo “buio dentro”, ma stiamo parlando di un ragazzino di quindici anni, che sa bene quanto possa fare male la morte. Massacrare una persona a sangue freddo non è cosa da tutti e soprattutto, in qualche modo si “soffre”.

Anche Damiano, nella sua “disperazione” per Claudia, l’ho percepito poco vivo, anche la presunta liberazione a cui dovrebbe arrivare a fine libro dopo aver vendicato l’amica, l’ho sentita molto costruita. I problemi di Damiano sono per lo più fisici, provocati dai camorristi, non certo dal killer che in quella storia non ha niente a che fare. In più, la sua amicizia con la ragazza, è più raccontata che veramente vissuta.

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L’emozione che caratterizza Damiano.

Stefano poi, credo sia il personaggio meno caratterizzato. Dopo essersi allontanato dalla maratona, furibondo, viene manipolato dal cugino (il killer) che gli chiede cosa sia disposto a fare per avere Claudia tutta per sé. Stefano porterà quindi Claudia sulla montagna e assisterà alla sua cruenta morte, ma … perché? Perché non è andato a denunciare l’assassino? Perché ha accettato di portare sulla montagna Claudia senza sapere cosa avrebbe fatto il cugino, o almeno, che cosa pensava avrebbe fatto per fargliela cadere tra le braccia? Perché tenere un segreto in cui anche lui è stato una vittima per trent’anni, sapendo che il cugino continuava ad uccidere?

Ci possono essere delle risposte plausibili a queste domande, ma è opportuno che il libro le dia, altrimenti, come avevo già scritto in “Revolution”, da lettore, non ci credo.

  • Conclusioni:

Capisco chi scrive che “Il buio dentro” sia un buon thriller. Come vi ho detto lo stile è professionale e scorrevole e questi errori riguardanti il “realismo” credo possano tranquillamente sfuggire ad un lettore frenetico. Non immaginate quante volte guardando le puntate delle decine di telefilm polizieschi che ho divorato, mi siano sfuggite delle incongruenze che possono essere scoperte a mente fredda. “Il buio dentro” se letto alla velocità che Lanzetta invoglia nel lettore, probabilmente lo mette al riparo dal cogliere l’irrealismo.

Ciò non toglie che pensandoci con tranquillità, ci siano parecchie falle, considerate da me più che oggettive. Non ho raccontato tutto, ma ci sarebbero molte domande da fare sul killer e situazioni che non sono ben chiare. Mi sento quindi di bocciare questo libro, in quanto, una più accurata costruzione della storia e approfondimento della psicologia dei personaggi, gli avrebbe sicuramente giovato.

  • Questo libro è il libro rivelazione del Sunday Times di quest’anno? No, è una bufala.

Il motivo principale che mi ha fatto comprare questo libro è stato questo:

La nazione

Attirata da una così prestigioso riconoscimento ( lo Stephen King italiano, addirittura!), ho finito il libro in due giorni. Essendo il mio giudizio non positivo avevo deciso di trovare l’articolo del Sunday Times ( fa parte del “New York Times”, eh, non bubbole) e di confrontarmi con gli autori del riconoscimento. Ed era proprio questa la mia idea dell’articolo che avrei scritto, creare un confronto tra le nostre opinioni, per fare qualcosa di originale. Quello che ho scoperto però, mi ha lasciata a bocca aperta.

Come sembrava: che il Sunday Times avesse, attraverso il Crime Club Bolletin, con un gruppo di esperti, eletto i cinque romanzi thriller stranieri migliori del 2017.

Com’è realmente: il Sunday Times ha chiesto ad alcuni autori di dichiarare quali fossero stati i miglior thriller che avessero letto nel 2017. Una di questi ha citato come cinque preferiti dei libri stranieri. Tra questi c’era quello di Lanzetta.

Come sembrava: che la citazione fosse stata fatta da autori non collegati alla “Corte editore”, indipendenti quindi, da un qualunque conflitto di interessi.

Com’è realmente: la citazione del libro è stata fatta da Johana Gustawsson, un’autrice francese che ha tradotto con “ La corte editore” i suoi libri in italiano e che con lei li distribuisce in Italia. Sono piuttosto sicura, sia perché la Corte editore è abbastanza piccola e sia perché l’autrice è venuta in Italia per qualche fiera, che conosca bene tutto il comparto. Niente di male in tutto questo, sono certa che Johana l’abbia nominato perché creda lo meriti, ma ai miei occhi, la citazione diventa meno seria e avrei preferito che questa cosa fosse chiara fin dall’inizio. In tutta onestà, se l’avessi saputo, non l’avrei comprato.

Come sembrava: che il Sunday Times avesse, nelle sue valutazioni al romanzo, incoronato Antonio Lanzetta come lo Stephen King d’Italia.

Com’è realmente:  le valutazioni sono state sempre fatte da Johana Gustawsson e soprattutto, quello che viene detto è: “ Dubbed the italian Stephen King, Lanzetta”, ovvero “ Soprannominato lo Stephen King italiano”. Non nominato, non come hanno tradotto alcuni giornalisti “ il nuovo Stephen King italiano”, quello che afferma Johana è probabilmente che qui in Italia, secondo lei, noi lo chiamiamo così. Il Sunday Times quindi, non ha mai fatto affermazioni così importanti su Lanzetta.

Mi fermo qui, non ho intenzione di dare dei giudizi su questa faccenda. Non so bene come siano andate le cose e chi abbia sbagliato per primo ( già solo nella traduzione). Quello che so è che il mio rapporto di amore/odio con “La corte editore” si ferma qui.

Al suo interno ci sono alcuni autori che considero molto validi, ma non posso nascondervi di essere rimasta delusa dalle scoperta che ho fatto ed essermi sentita, in un qualche modo, presa in giro.

Ho fatto questa recensione, anche se in cuor mio avevo promesso di non scriverne più, perché volevo spiegare con precisione le mie argomentazioni su questo libro. Avrei voluto anche solo parlare della faccenda legata al Sunday Times. Mi sembrava però poco corretto.

 

Non ci crederete, ma ho intenzione di far uscire presto un nuovo articolo. Abbiate fede!

Ah e nel caso ve lo stesse chiedendo, si, probabilmente conoscete meglio l’inglese di molti giornalisti italiani. Esiste Google Translate, che diamine!

Ilchifu

 

 

 

Fonti:

L’articolo del Sunday Times su Lanzetta (dovete scorrere verso il basso): https://nuk-tnl-deck-prod-static.s3-eu-west-1.amazonaws.com/projects/109f71393ae349ba1c51f38d8781c525.html

 

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